Nabron

Felis Murium Non Curat Numerum

Vorrei avere nella mia casa: una donna ragionevole, un gatto che passi tra i libri, degli amici in ogni stagione senza i quali non posso vivere.

Guillaume Apollinaire (“Le bestiaire ou Cortege d’Orphée”, 1911)

«Che cosa si fa quando un sogno è diventato realtà? Allora capirono perché il Partito Comunista non si interessava molto degli intellettuali. Penso che si sentissero sempre più spesso superflui, e se ne vergognavano. Si vergognavano dei loro letti e delle loro stanze, delle loro pance piene e delle loro acute dissertazioni. Si vergognavano delle loro capacità e del loro umorismo. Raccontavano sempre come Keir Hardie avesse appreso da solo la stenografia con un pezzo di gesso su una superficie di carbone. Si vergognavano di avere carta e matita. Ma non è bene buttarli proprio via, no? Questo è quanto io imparai infine. E questa è la ragione per cui abbandonai il Partito, credo.»
Smiley voleva chiedergli come si era sentito, lui, Fennan, ma Fennan si era rimesso a parlare. Non aveva nulla in comune con loro; questa era la conclusione cui era arrivato. Non erano uomini, ma bambini, bambini che sognavano fiamme di libertà, musica tzigana ed un mondo dell’avvenire che avanzava su cavalli bianchi attraverso il Golfo di Biscaglia […] bambini che non avevano la forza di resistere al sole dell’oriente e che tuttavia volgevano obbedienti le loro teste disordinate in quella direzione. Si volevano bene fra loro e credevano di amare l’umanità; si combattevano l’un l’altro e credevano di combattere contro il mondo.

John Le Carré
(“Chiamata per il morto”, 1962)

Conversazioni rubate

Anziane, impellicciate signore del varesotto che chiacchierano fra loro prima che il sipario si alzi. Rilassante attesa di velluto, cogliendo monconi di discorsi, quà e là, col sorriso trattenuto.
…………………
… «La scorsa settimana ho finito un bel saggio. Proprio bello, eh? Sulla verginità della Madonna e quei misteri qui»
… «E chi era, l’autore?»
… «… ma quello bravo, magro-magro, coi capelli grigi. Augas? Può essere?»
… «Agus, magari?»
… «Si si, Agus! Ecco … Un libro di Agus»
… «Eh, lo conosco anch’io: scrive bene, quell’Agus là»
… «Che poi, come fa di nome?»
… «Chi?»
… «Agus! Come si chiama?»
… «Gianni. S’el ciama Gianni»
… «Giusto! Gianni. Gianni Agus! Bravo, eh? Gran scrittore!»
……………….

Gente col cacciavite in mano

Indulgere nella critica senza però offrire una proposta in alternativa è come quando uno arriva, ti smonta l’autoradio - pezzo per pezzo, intendiamoci, a dimostrarti che funzionava davvero male - e poi se ne va col cacciavite ancora stretto in mano. Può persino aver ragione, va bene, ma tu continui a pensare d’esser stato preso un po’ per il culo.

A Clockwork Life

Io sono un abitudinario. Proprio come un gatto. E mi piace. Non date retta ai fautori del brivido in ciclostile, dei rasoi calpestabili, delle vite a miccia rapida teorizzate da esistenzialisti precoci, guitti della sensazione a peso. Io sono innamorato del suono regolare scandito dall’orologio e delle lunghe pause di silenzio che s’intuiscono fra i rintocchi della pendola. In quella falce di tempo e d’ottone polito, ci sono io. Che sono un abitudinario,  dicevo. Quietamente. Perché l’abitudine è il piedistallo da cui spicca il balzo l’eccezione, l’occasione di diamante, il colpo di genio. L’abitudine è il terreno dove affondare le radici, riprendere le forze e riconoscersi. Amo specchiarmi in ciò che faccio e plasmare una vita simile ad un cammino ben battuto, faro d’affetti e di bellezza.

Imprudentemente

C’è un piacere sovrano nello sciuparsi, nel coinvolgersi, nell’appassionarsi, nel rifiutare di tenersi da parte come una sorta di reliquia cui ricorrere in caso d’estrema emergenza sentimentale. Cuori a chilometri zero, mai tolti dal cellophane, ancora in attesa di rodaggio. Quello di cui parlo io, è il gusto di spendersi, di donarsi - persino di consumarsi o di sprecarsi, a volte - senza trattenere il respiro, senza premere perennemente sul freno. E attento alla prossima curva. E vai cauto che slitti. Che ti fai male. Chi si centellina, non vive veramente. Chi fa parsimonia di sé, nel bene o nel male, regala un nome elegante all’avarizia di sforzi e di sentimenti che porta all’apice della ritenzione emotiva. Non piangere, non ridere, non fottere, non gridare: sentimenti ed umori conculcati, lasciati a macerare. A produrre veleno. Ma io no, brava gente. Io, a fine corsa, ci voglio arrivare con le gomme lisce e la bottiglia vuota, senza lasciare alcun sospetto che possa far dire “S’è risparmiato, s’è tirato indietro, s’è chiamato fuori”. Del cuore mio, voi troverete la cenere calda e qualche tizzone ancora vivo.

[…] l’industria delle comunicazioni della quale l’età moderna menava gran vanto aveva principalmente fornito gli individui e le nazioni dei mezzi per spaventare a morte, e nello stesso tempo annoiare a morte, se stessi e gli altri.

Fritz Leiber (“Novilunio”, 1964)

Pregi d’una mente atavica

Uno dei precipui vantaggi d’una mente incline all’atavismo come la mia consiste nella possibilità d’erigere un solido muro di distacco nei confronti dell’imperativo quotidiano che – sopra ogni altro – ci sprona e ci tormenta: “Sii informato, sii coinvolto e preoccupato”. Pur esponendovi a blande critiche, se non a reiterate accuse di distrazione, una simile vocazione ancestrale vi restituisce il piacere del Qui ed Ora, proteggendovi dall’ansia di trovarvi sempre muniti d’un parere eloquente, di un’opinione qualsivoglia che si mostri rodata e già pronta all’uso. Inconsapevoli delle disgrazie occorse nel Tonchino, dei decessi illustri, delle più recenti malizie intrecciate a Palazzo Chigi, delle mode dilaganti tra i giovani  e i meno giovani, che li imitano con solerzia  v’attesterete solidamente al centro d’un giardino di delizie e dispiaceri  i vostri e quelli dei vostri cari  delineati a misura d’uomo: cose per cui vale finalmente la pena d’emozionarsi e d’ingegnarsi. Un approccio tolemaico al dictat mediatico? Forse. Per certo, quando il video si sforzerà di rovesciare sul tappeto buono del soggiorno il suo carico quotidiano d’indignazione, scandalo e consigli per gli acquisti, voi  assieme al micio di casa, beninteso  sarete i soli a non darvene gran pena. Benedetti da una mente atavica, vi preoccuperete  piuttosto  d’accaparrarvi un’altra fetta di dolce, memori del fatto che quella è la vita vera, dal primo all’ultimo boccone.

(Fonte: nabron.com)

«Ma lei crede davvero alle cose che dice?» domandò Paul. […] «Non ci credo quanto vorrei, ma ci credo quanto posso» gli disse. «La certezza è un lusso. Se lei dice delle cose con colore e con forza, per lo meno lei è un individuo. E anche se le falsifica un poco, rimane lei stesso, e se tenta e tenta senza stancarsi, forse un giorno troverà un frammento di verità… […]»

Fritz Leiber (“Novilunio”, 1964)

Vi è un grave pericolo nella tendenza a credere che ogni forma di opposizione all’autorità sia essenzialmente meritoria e che le opinioni non conformiste siano per forza esatte: non si ottiene niente di buono fracassando i lampioni stradali o affermando che Shakespeare non è un poeta. Questa eccessiva riottosità, tuttavia, è spesso l’effetto che maestri troppo autoritari hanno ottenuto sugli allievi. E quando i ribelli diventano educatori, incoraggiano a volte un atteggiamento di sfida nei loro allievi, pur cercando al tempo stesso di creargli attorno l’ambiente ideale, sebbene questi due scopi siano ben poco compatibili.

Bertrand Russell (“Elogio dell’ozio”, 1935)