Nabron

Felis Murium Non Curat Numerum

Sospetto #37

Ovvero, il brivido spiacevole che ti coglie nel momento in cui pensi a come il social-networking sia più teso a creare pubblico, che contatti. Come ti spinga a mutarti in attore - in personaggio, se vogliamo - anziché in comunicatore. Il tutto sorretto dalla latente speranza - al limite della pia convinzione - d’aver capito il trucco, d’essere - in definitiva - uno che fa la cosa giusta, mirabile melange di morigeratezza multimediale e d’intuizione pragmatica. «E poi io lo uso per lavoro», «E poi io non gli dedico mica le ore», «E poi io sono diverso». Al che, come si giustifica la pletora di contatti silenti, di rami secchi tesi al vento? … «Saranno due-tre anni che non ci sentiamo, non ci vediamo, non ci scambiamo neppure gli auguri di rito, a mo’ d’ostaggi festivi. Com’è che mi tieni fra i tuoi link?» … «Ci tenevo a controllare se - putacaso - tu fossi felice a mia insaputa» …

Alla corte del Re dei Topi

Giovane questuante accoccolata sul gradino della panetteria: il profilo è paffuto, l’espressione distesa. Troppo intenta a telefonare col suo smartphone per accorgersi dei passanti, alcuni impacciati a metà nell’atto di metter mano al borsellino. Poco oltre, vicino ai carrelli del supermercato, una sua collega sfoggia delle Onitsuka Tiger a cui manca solo il cartellino del prezzo. La mano è tesa, il tono tradizionalmente lamentoso, ma l’errore di costume è rimarchevole. Non è in ruolo. Mi spiace.
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Che dire? Alla corte del Re dei Topi mancano i bei miserabili d’una volta. Il povero Hugo ne rimarrebbe intristito.

«Cosa tiene sveglie le menti più luminose di questo mondo?» … «Non molto. Vado in moto senza casco»

J. Craig Venter (2013)

(Fonte: Vice Magazine)

Gattopensiero #34

Sai d’essere un ailurofilo quando ti premuri d’interrompere la musica che desideravi ascoltare, solo perché il gatto - sguardo assonnato, bocca impastata - ha gettato un’occhiata interrogativa che comprendeva te e la fonte del fastidioso rumore intervenuto a turbare la quiete del vostro ‘meriggio insieme.

Vorrei avere nella mia casa: una donna ragionevole, un gatto che passi tra i libri, degli amici in ogni stagione senza i quali non posso vivere.

Guillaume Apollinaire (“Le bestiaire ou Cortege d’Orphée”, 1911)

«Che cosa si fa quando un sogno è diventato realtà? Allora capirono perché il Partito Comunista non si interessava molto degli intellettuali. Penso che si sentissero sempre più spesso superflui, e se ne vergognavano. Si vergognavano dei loro letti e delle loro stanze, delle loro pance piene e delle loro acute dissertazioni. Si vergognavano delle loro capacità e del loro umorismo. Raccontavano sempre come Keir Hardie avesse appreso da solo la stenografia con un pezzo di gesso su una superficie di carbone. Si vergognavano di avere carta e matita. Ma non è bene buttarli proprio via, no? Questo è quanto io imparai infine. E questa è la ragione per cui abbandonai il Partito, credo.»
Smiley voleva chiedergli come si era sentito, lui, Fennan, ma Fennan si era rimesso a parlare. Non aveva nulla in comune con loro; questa era la conclusione cui era arrivato. Non erano uomini, ma bambini, bambini che sognavano fiamme di libertà, musica tzigana ed un mondo dell’avvenire che avanzava su cavalli bianchi attraverso il Golfo di Biscaglia […] bambini che non avevano la forza di resistere al sole dell’oriente e che tuttavia volgevano obbedienti le loro teste disordinate in quella direzione. Si volevano bene fra loro e credevano di amare l’umanità; si combattevano l’un l’altro e credevano di combattere contro il mondo.

John Le Carré
(“Chiamata per il morto”, 1962)

Conversazioni rubate

Anziane, impellicciate signore del varesotto che chiacchierano fra loro prima che il sipario si alzi. Rilassante attesa di velluto, cogliendo monconi di discorsi, quà e là, col sorriso trattenuto.
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… «La scorsa settimana ho finito un bel saggio. Proprio bello, eh? Sulla verginità della Madonna e quei misteri qui»
… «E chi era, l’autore?»
… «… ma quello bravo, magro-magro, coi capelli grigi. Augas? Può essere?»
… «Agus, magari?»
… «Si si, Agus! Ecco … Un libro di Agus»
… «Eh, lo conosco anch’io: scrive bene, quell’Agus là»
… «Che poi, come fa di nome?»
… «Chi?»
… «Agus! Come si chiama?»
… «Gianni. S’el ciama Gianni»
… «Giusto! Gianni. Gianni Agus! Bravo, eh? Gran scrittore!»
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Gente col cacciavite in mano

Indulgere nella critica senza però offrire una proposta in alternativa è come quando uno arriva, ti smonta l’autoradio - pezzo per pezzo, intendiamoci, a dimostrarti che funzionava davvero male - e poi se ne va col cacciavite ancora stretto in mano. Può persino aver ragione, va bene, ma tu continui a pensare d’esser stato preso un po’ per il culo.

A Clockwork Life

Io sono un abitudinario. Proprio come un gatto. E mi piace. Non date retta ai fautori del brivido in ciclostile, dei rasoi calpestabili, delle vite a miccia rapida teorizzate da esistenzialisti precoci, guitti della sensazione a peso. Io sono innamorato del suono regolare scandito dall’orologio e delle lunghe pause di silenzio che s’intuiscono fra i rintocchi della pendola. In quella falce di tempo e d’ottone polito, ci sono io. Che sono un abitudinario,  dicevo. Quietamente. Perché l’abitudine è il piedistallo da cui spicca il balzo l’eccezione, l’occasione di diamante, il colpo di genio. L’abitudine è il terreno dove affondare le radici, riprendere le forze e riconoscersi. Amo specchiarmi in ciò che faccio e plasmare una vita simile ad un cammino ben battuto, faro d’affetti e di bellezza.

Imprudentemente

C’è un piacere sovrano nello sciuparsi, nel coinvolgersi, nell’appassionarsi, nel rifiutare di tenersi da parte come una sorta di reliquia cui ricorrere in caso d’estrema emergenza sentimentale. Cuori a chilometri zero, mai tolti dal cellophane, ancora in attesa di rodaggio. Quello di cui parlo io, è il gusto di spendersi, di donarsi - persino di consumarsi o di sprecarsi, a volte - senza trattenere il respiro, senza premere perennemente sul freno. E attento alla prossima curva. E vai cauto che slitti. Che ti fai male. Chi si centellina, non vive veramente. Chi fa parsimonia di sé, nel bene o nel male, regala un nome elegante all’avarizia di sforzi e di sentimenti che porta all’apice della ritenzione emotiva. Non piangere, non ridere, non fottere, non gridare: sentimenti ed umori conculcati, lasciati a macerare. A produrre veleno. Ma io no, brava gente. Io, a fine corsa, ci voglio arrivare con le gomme lisce e la bottiglia vuota, senza lasciare alcun sospetto che possa far dire “S’è risparmiato, s’è tirato indietro, s’è chiamato fuori”. Del cuore mio, voi troverete la cenere calda e qualche tizzone ancora vivo.